Gli studi di Ciaravolo sulle leggende sono partiti da due storie che circolavano in Italia negli anni ’70: quella della Coca-Cola e quella di Mike Bongiorno e della signora Longari.
Grazie ad esse Ciaravolo ha scoperto la teoria delle due Esse: la S di Straordinaria e la S di Stereotipo.
Una storia, secondo Claudio Ciaravolo, se è Straordinaria (la prima Esse), fa partire il tamtam, il passaparola. Ma può diventare leggenda solo se conferma le idee di chi l’ascolta: se cioè aderisce a uno Stereotipo molto diffuso (la seconda Esse). In questo caso, pur di avallare la storia, i suoi ascoltatori sono disposti (mentendo) a proclamarsene testimoni oculari: la vera arma segreta di ogni leggenda metropolitana.
La forza (malefica) della seconda Esse — il bisogno di confermare le proprie idee (cioè lo stereotipo cui si aderisce) — Ciaravolo la conosceva bene. Come psichiatra, considerava questo bisogno di conferma del proprio sistema di credenze il nemico numero uno del benessere.
Ciaravolo sa bene che avere idee consolidate su se stessi e sul mondo è utile, perché semplifica la vita; non bisogna riconsiderare ogni cosa ad ogni istante. I problemi nascono quando le idee che ci siamo fatti non le prendiamo per quello che sono: mappe, cioè rappresentazioni costruite da noi, ma le identifichiamo con la realtà, dando loro un valore assoluto: “le cose stanno così”, “io sono fatto così”. Da queste idee derivano i comportamenti, ovviamente. Eppure le persone vorrebbero cambiare il comportamento se porta all’obiettivo desiderato senza cambiare le proprie idee.
È per questo che in psicoterapia, quando si cerca di lavorare sulle idee del paziente per aiutarlo a modificarle là dove danno luogo a comportamenti poco funzionali, si incontrano molte difficoltà: giustamente, il paziente vuole cambiare il suo comportamento “patologico”, ma non il suo modo di vedere la vita.
Va detto inoltre che i pazienti sono gli individui meno flessibili che ci siano: è proprio questa rigidità di fondo, che gli impedisce di adattarsi alla realtà, e di adattare la realtà a loro, che li qualifica come pazienti. Questo rigido attaccamento alle proprie idee vanifica gli interventi di terapia breve: per indurli a metterle in discussione, anche solo in parte, ci vogliono degli anni. A meno che non si decida di impiegare una scorciatoia.
Per aiutare i suoi pazienti a mettere in crisi i loro modelli che non funzionavano, e ad adottarne — almeno in parte — di nuovi, Claudio Ciaravolo trovò una soluzione geniale: ideò una tecnica “subliminale”, che agiva appunto “sub limen”: al di sotto, e dunque al di fuori della consapevolezza del paziente, e pertanto non attivava le sue resistenze al cambiamento.
Negli anni settanta molti studi avevano dimostrato che alcuni messaggi che passavano al di sotto della coscienza potevano far ammalare chi li riceveva: ma se questo era vero, pensò Ciaravolo, non potevano pure farlo guarire, se confezionati in modo adeguato?
Claudio Ciaravolo cominciò così a sperimentare una rivoluzionaria “terapia subliminale”.
Una delle sue tecniche subliminali consisteva nel nascondere messaggi terapeutici dentro storie strane e avvincenti, che catturavano l’attenzione dei pazienti. Tra questi “contenitori” insospettabili c’erano le leggende metropolitane, che lui ben conosceva…
Con un pretesto qualsiasi, Ciaravolo raccontava una di queste straordinarie storie al paziente di turno, infilandoci dentro messaggi che lo incoraggiavano, senza che ne avesse alcun sentore, a una maggiore flessibilità. Questa “terapia strategica subliminale” provocava nei suoi pazienti la modifica dei comportamenti inadeguati: e questi cambiamenti erano rapidissimi e duraturi. I pazienti non se li sapevano spiegare, ma ne erano ben felici.
Per i (non molti) pazienti con i quali quest’approccio non aveva successo, Claudio Ciaravolo escogitò un sistema ancora più ingegnoso: faceva seguire i suoi pazienti (in senso letterale…) da alcuni collaboratori (ovviamente sconosciuti al paziente). Quando questi usciva dallo studio di Ciaravolo, gli si mettevano alle calcagna, e gli facevano accadere piccoli fatti che mettevano in crisi (solo un po’, e un po’ alla volta) il suo vecchio sistema di credenze. Questa terapia (più che subliminale) fu definita da Ciaravolo “terapia stradegica”, perché avveniva quasi sempre per strada: ed era, inoltre, una strada innovativa sul fronte delle psicoterapie.
Sempre alla ricerca di approcci psicoterapeutici più validi e più rapidi, Ciaravolo passa poi a quello indiretto: invece di inviare messaggi “sotterranei” a favore della flessibilità, sfrutterà una delle paure più grandi: la paura di rendersi ridicolo. Mostrerà, con un filmato, quanto sia alto, per chi delle proprie idee non intende cambiare una virgola, il rischio, in particolari situazioni, non solo di soffrire ma di fare la figura del cretino.
In ciascun filmato sarà evidente che chi è così rigido da voler confermare a tutti i costi il proprio sistema di credenze, paga spesso un costo altissimo: si fa ridere dietro. Senza rendersene conto. E Ciaravolo sa che la gente preferisce soffrire pur di non cambiare, ma cambia piuttosto che far ridere di sé.
Nei filmati girati e prodotti da Ciaravolo, i protagonisti (individui visibilmente poco flessibili) venivano messi in situazioni paradossali nelle quali, se volevano rispettare le proprie idee, finivano per fare cose strane. Poi, nel tentativo di giustificare quel comportamento, finivano per rendersi decisamente ridicoli.
Claudio Ciaravolo faceva vedere questi filmati ai suoi pazienti, senza spiegargli niente. Questa nuova terapia indiretta la chiamò “ridicoloterapia”: guardando i filmati, i pazienti si divertivano e — senza capire perché — miglioravano. Identificandosi a livello inconscio coi protagonisti, cercavano dentro di sé risposte che gli facessero evitare di rendersi ridicoli: e così diventavano un po’ più flessibili.
La ridicoloterapia offriva molti vantaggi: era più veloce, meno faticosa, meno costosa. Ma possedeva un’altra qualità preziosa: funzionava con tutti. Anche con i non-pazienti. Ciaravolo se ne accorse per caso, quando tra i tecnici che avevano montato e mixato i filmati si verificò un imprevisto incremento di flessibilità.
Decise allora (era il 1981) di far vedere i suoi filmati a quanta più gente possibile, per attuare un intervento di prevenzione contro la rigidità. Sarebbe stato bello farli vedere a milioni di persone… e sembrava impossibile. Ma siccome i filmati erano — per ammissione unanime — divertenti come sketch, Ciaravolo intravide una possibilità: li propose alla RAI, tacendo la parte “terapeutica” e sottolineandone l’aspetto di intrattenimento.
La RAI accettò di produrne di simili, affidandone a Ciaravolo ideazione e regia. Andarono così in onda su Rai Due, come varietà: un referendum per abrogare la Juventus, la proposta di assaggiare una “bluschetta” a base di carbluidrati, e molte altre provocazioni surreali, con una cadenza regolare: una volta alla settimana.
I filmati raggiunsero l’obiettivo, anzi due (in seguito tre): un’altissima audience e un aumento dell’indice di flessibilità in un gruppo-campione di telespettatori.
Di quest’esperienza, unica al mondo, Claudio Ciaravolo farà la sua tesi di specializzazione in psichiatria, presentando i filmati nell’aula magna della facoltà di Medicina dell’Università di Napoli. Più tardi li porterà nei convegni di comunicazione di mezzo mondo, tra ammirazione, interesse e risate.
È molto: ma non è (ancora) tutto. Dopo un certo tempo, Ciaravolo si accorge che i suoi filmati, trasmessi da Rai Due, la gente se li ricorda fin troppo bene. In molti cominciano infatti a raccontare ciò che hanno visto in televisione come se lo avessero visto per la strada.
Cioè come se le incredibili provocazioni stradali di Ciaravolo fossero state proposte vere, reali(stiche). E come se ne fossero stati testimoni diretti, in luoghi nei quali la troupe di CC (e della RAI) non era mai stata.
Insomma: i filmati di Ciaravolo erano diventati delle autentiche leggende metropolitane.