Maglietta di sicurezza (1989) di Claudio Ciaravolo: quando l’opera d’arte dimostra una fake news
Chi è Ciaravolo
Claudio Ciaravolo, napoletano, è una figura singolare nell’arte contemporanea italiana: medico, psichiatra e studioso della comunicazione orizzontale, ha trattato la propria pratica artistica come un programma di ricerca scientifica sulla propagazione delle idee. Decenni prima che il termine virale entrasse nel lessico globale, lui stesso lo aveva coniato per descrivere il modo in cui un messaggio si diffonde da persona a persona, come un agente patogeno. Le sue opere — dalla vendita alla Biennale di Venezia del 1972 di 100 lattine di ARIA DI NAPOLI alla realizzazione di video d’artista trasmessi nel 1981 allo striscione con la scritta GIULIETTA É UNA ZOCCOLA nel gennaio 1985 durante la partita del Napoli col Verona al Sanpaolo alla scritta CHE VE SITE PERSE scritta sul muro del cimitero nel 1987 nei festeggiamenti del primo scudetto – sono tutte costruite per circolare oralmente, oltre il museo, oltre la galleria.
Questo vale anche per la sua opera più nota al mondo: MAGLIETTA CON LA CINTURA.
L’opera
Maggio 1989. L’Italia è alla vigilia dell’entrata in vigore dell’obbligo delle cinture di sicurezza in automobile. Tutto il paese ne discute. Ciaravolo realizza una maglietta bianca con una cintura di sicurezza disegnata sopra: a chi guarda dall’esterno — un vigile, una telecamera — sembra che chi la indossa stia portando regolarmente la cintura. In realtà, sotto la stoffa non c’è nulla. È un trompe-l’œil portatile.
Cento esemplari numerati e firmati: i dispari per chi guida, i pari per il passeggero. Prezzo dichiarato: un milione di lire a esemplare. Una cifra che da sola elimina ogni dubbio sullo statuto artistico dell’oggetto, perché nessun automobilista pagherebbe un milione per evitare una multa che ne costa una frazione. É un’opera d’arte.
La performance
Ciaravolo allestisce un banchetto davanti a Castel dell’Ovo, su un marciapiede di Napoli dove non ci sono mai bancarelle. La scritta sul banchetto recita Galleria Ambulante di Arte Contemporanea. Sopra, uno striscione: non stringe non stringe non serve ma finge. A chi si avvicina, Ciaravolo spiega di persona, esplicitamente, che si tratta di un’opera d’arte concettuale sulla napoletanità stereotipale, sul cliché dell’arte di arrangiarsi.
Tutto è in piena luce. Tutto è dichiarato. Eppure Ciaravolo sa già con precisione cosa accadrà — perché ha già sperimentato negli anni i meccanismi che attiverá.
Il fraintendimento come opera
Nei giorni successivi la notizia rimbalza nei bar, nei mercati, sui giornali, in televisione. Attraversa i confini nazionali. I media più autorevoli, italiani e internazionali, raccontano l’episodio come un caso di costume: a Napoli, alla vigilia dell’obbligo delle cinture, si vende davvero una maglietta-furbata per ingannare i vigili, la gente la compra a migliaia,si trova su tutte le bancarelle. È — secondo questa versione — l’ennesima dimostrazione del genio popolare napoletano applicato all’aggiramento delle norme.
Ogni parola di questo racconto è falsa. Le magliette sono e restano solo cento, opere d’arte numerate e firmate, vendute al prezzo dichiarato di un milione. Non si trovano altrove. Nessuno le compra per evadere la legge. Tutto il racconto mediatico è una distorsione massiva.
Ma quella distorsione era esattamente ciò che Ciaravolo voleva ottenere. È il vero contenuto dell’opera.
Perché i media ci sono caduti
Il fenomeno non si spiega con la pigrizia dei giornalisti. Ciaravolo aveva scoperto e documentato fin dal 1981, in un suo studio scientifico, un meccanismo che chiamava creazione di testimoni oculari falsi. Quando una storia possiede tre caratteristiche insieme — è straordinaria, è sorprendente e conferma un pregiudizio già esistente — chi la sente raccontare può incorporarla a tal punto da dichiararsi testimone oculare diretto in buona fede. L’ho vista io stamattina, una persona la stava comprando.
I giornalisti hanno verificato. Hanno trovato testimoni. La notizia ha superato tutti i criteri minimi di affidabilità. Ed è stata pubblicata. La macchina mediatica ha funzionato esattamente come dovrebbe — eppure il risultato finale era completamente falso.
Lo svelamento
Dopo una settimana — il tempo perché il fenomeno raggiunga il picco — Ciaravolo esce allo scoperto. Rivela di essere l’autore, chiarisce che non c’è mai stato alcun commercio reale, spiega che la performance era costruita per dimostrare come si propaga una notizia falsa attraverso il passaparola e i media. Poi mette in vendita le fotografie dell’opera alle agenzie di stampa internazionali: le immagini vanno a ruba. Per la prima volta nella storia dell’arte, un’opera viene conosciuta da milioni di persone prima di essere venduta come opera, e nella sua versione distorta.
Il significato
L’opera lavora su due livelli.
Il primo, immediato, è il gioco fra realtà e rappresentazione iscritto nell’oggetto. La cintura disegnata non è una cintura. La maglietta rappresenta la sicurezza senza fornirla. È una pipa di Magritte applicata al corpo e a un dispositivo di controllo statale.
Il secondo, più ambizioso, sposta il problema dalla tela ai media. La domanda di Magritte riguardava ciò che vediamo dipinto; quella di Ciaravolo riguarda ciò che ci viene raccontato dai giornali e dalle televisioni. Come può un’immagine seducente, una storia ben costruita, diventare verità accettata anche quando non corrisponde ad alcun fatto reale?
Decenni prima che il termine fake news entrasse nel lessico comune, Ciaravolo costruisce un esperimento pubblico per mostrarne il meccanismo. E lo fa con metodo scientifico: ipotesi, esperimento, dati raccolti, conclusioni svelate al pubblico. Il dispositivo che mette in scena nel maggio 1989 è strutturalmente identico a quello che, vent’anni dopo, gli studiosi descriveranno come ciclo di vita di una fake news — generazione, propagazione, picco mediatico, debunking. La differenza è che Ciaravolo l’ha fatto come artista, con piena consapevolezza, molti anni prima di internet.
Una conclusione
Maglietta di sicurezza è un’opera che fatica a essere collocata nelle categorie standard dell’arte contemporanea: non è performance pura, non è readymade, non è arte concettuale nel senso anglosassone, non è critical art militante. È un esperimento pubblico di comunicazione, condotto da un artista che è insieme scienziato e psichiatra, e che dimostra empiricamente, sul corpo stesso dei media, come la verità possa essere costruita senza alcun fatto reale a sostenerla.
Per una settimana, nel maggio 1989, milioni di persone hanno creduto a una notizia falsa che era stata costruita da un artista esattamente per essere creduta. Quando l’artista ha rivelato di averla costruita, il fenomeno era già storicamente avvenuto. L’opera continua a esistere ogni volta che qualcuno la racconta, e continua a porre la stessa domanda: come distinguiamo, in mezzo a un flusso di informazioni che ci arrivano da fonti autorevoli, ciò che è vero da ciò che è soltanto verosimile?
Una domanda che oggi, mentre la disinformazione attraversa i sistemi mediatici globali a velocità sempre maggiori, suona molto più attuale di quanto suonasse nel 1989.
