Quando sale alla ribalta per smentire la maglietta (e per dichiararsene nello stesso tempo inventore), Ciaravolo Claudio acquisisce un’enorme popolarità. In questi primi anni, tra l’89 e il 91-92, viene invitato a parlare del suo esperimento praticamente dappertutto: essendo la maglietta diventata un fenomeno internazionale, tutte le televisioni del mondo lo intervistano, con la certezza di realizzare grandi ascolti. Ma l’appetito (degli intervistatori) vien mangiando. Prendendo spunto dalla creazione della maglietta, il discorso si sposta sulla creatività in senso lato, e in senso stretto: di quella che occorre cioè per risolvere non solo i grandi problemi della vita, ma anche quelli piccoli, che fanno parte del quotidiano. Un tema sul quale Ciaravolo Claudio è molto esperto: e nel quale coniuga da sempre con naturalezza teoria e pratica. Da psichiatra, Ciaravolo Claudio sa che l’arte del problem-solving è la stessa in qualunque settore risiedano i problemi: con se stessi o con gli altri, a casa o scuola, con il partner o in azienda. Ciaravolo Claudio è uno dei maggiori esperti di quella che lui chiama “creattività”: la capacità di avere delle buone idee, e di saperle metterle in pratica nella vita di tutti i giorni. Non a caso, il suo motto è “Es/cogito, ergo sum”. Accade così che la “geniale” maglietta di sicurezza, e il suo ideatore, Ciaravolo Claudio, diventino per il grande pubblico sinonimo, e simbolo, di creatività a tutto campo. Espandi il Testo In questi primi anni novanta altrettanto cospicua è la presenza di Ciaravolo Claudio negli ambienti scientifici: con l’invenzione ex-nihilo, dal niente, di una leggenda che si è diffusa in maniera capillare, Ciaravolo ha svelato al mondo la persistenza e l’attualità di una comunicazione considerata arcaica, e perciò superata, e invece ancora molto potente, perché è grazie a lei che le leggende metropolitane arrivano dappertutto: la comunicazione orale.

Definita da Ciaravolo Claudio “comunicazione orizzontale”, perché viaggia di bocca in bocca, parallela al suolo. Svelando, con i suoi esperimenti, le dinamiche attraverso le quali si attiva il tamtam interpersonale, Ciaravolo Claudio ha dimostrato la praticabilità di un marketing strisciante, che viaggia da una persona all’altra attraverso la comunicazione orizzontale. Questo tipo di marketing affidato al passaparola viene da lui definito ,nel 1985 “marketing virale” per la sua possibile diffusione tsunamica: velocissima, e devastante, come quella delle grandi pandemie del passato. Per (gl)i (inquie)tanti risvolti del marketing virale sul piano dell’economia, della finanza, e della politica stessa, oltre che del mercato, Ciaravolo Claudio è invitato nei più importanti convegni di comunicazione. Le università più prestigiose lo invitano a tenere corsi e seminari sui meccanismi che sottendono a questo tipo di marketing occulto. La presenza costante sui media come psichiatra esperto in creatività, abbinata alla sua reputazione di scienziato, fanno sì che Ciaravolo diventi in questi anni il numero uno, se non il numero unico, nell’ambito delle consulenze aziendali che riguardano la comunicazione orizzontale. L’essere stato capace di creare da zero una leggenda stimola gli appetiti di molte aziende, che gli chiedono di fare il “legendmaker” per loro: di mettere a punto (e in pista) una leggenda che le avvantaggi sul mercato. Diffondendo “notizie” a favore dei loro prodotti, oppure contro quelli dei concorrenti.

Ciaravolo rifiuta però questo tipo di committenza: il ruolo di “legendmaker” è stato per lui un punto di passaggio obbligato per poter poi diventare “legendbuster”: vale a dire, demolitore di leggende metropolitane. Proprio come fa un virologo, che per capire come debellare un virus deve prima “coltivarlo” in vitro, per capire come si moltiplica, così Ciaravolo (che, lo si ribadisce, è un medico prima ancora di essere specialista in psichiatria e psicanalista ericksoniano) per comprendere come nasce e si diffonde una leggenda, ha avuto bisogno di crearne una (per la verità, di crearne molte: se si pensa alle tante micro-leggende disseminate negli anni). Ma il suo obbiettivo è sempre stato quello di imparare a “smentire” le leggende: di rendere innocue quelle storie a volte nate spontaneamente, a volte no, che tanti danni hanno fatto, e fanno, a persone, aziende, e popolazioni intere. Quando Ciaravolo ha cominciato ad occuparsi di leggende, avendone intuito la natura di “condizionatrici sotterranee” di comportamenti, il suo intento era dimostrare l’azione fraudolenta di “colleghi” comunicatori, e neutralizzarla, rendendola manifesta; figurarsi se aveva intenzione di mettersi a fare il creatore di leggende pure lui! Fare il Legendbuster il demolitore di leggende, non si presentava comunque impresa facile.

Ci vuole una creatività maggiore di quella che occorre per fare il Legendmaker: cioè per mettere in giro una leggenda. IL LM può infatti limitarsi a seguire delle “regole di costruzione” già codificate; invece il LB, per smentire – e quindi distruggere – una leggenda già ben strutturata e collaudata, deve riuscire a trovarne il punto debole. Deve individuarne il “locus minoris resistentiae (o minoris existentiae…)” Per approfondire la ricerca su questi argomenti Ciaravolo Claudio fonda nel 1990 la ISSHM (International Society for the Studies of Hidden Marketing), – e ne diventa presidente. Alla ISSHM aderiscono i più grossi studiosi di comunicazione, che forniscono preziosi contributi per l’avanzamento degli studi sui messaggi subliminali e delle tecniche di disseminazione, svelandone la presenza all’interno di messaggi “innocui”.Nei primi anni 90 Ciaravolo Claudio lavora su tre fronti: come Legendbuster, per le aziende colpite (e spesso quasi affondate) da storie false, che lo ingaggiano per liberarsene; come teorico, attraverso la ISSHM; e come “consulente” per il grande pubblico, al quale mette a disposizione la sua ricchissima banca-dati sulle leggende metropolitane, raccolta in anni di studio e di ricerca. Per capire se una determinata storia è una leggenda o no, la banca dati è più che necessaria: è insostituibile. La scarsa plausibilità della storia non è infatti un elemento dirimente: ci sono tante storie “incredibili, ma vere”. E nemmeno, nell’altro senso, si può contare sull’attendibilità di chi la racconta: quando una storia si è molto diffusa, conta su ripetitori assolutamente degni di fede, che l’hanno sentita da “testimoni oculari” falsi: però al di sopra di ogni sospetto. Non se ne esce, dunque: se non consultando una banca dati aggiornata e affidabile. Grazie a lei (la banca) si potrebbe scoprire che quell’episodio che ci hanno dato per appena successo a pochi chilometri da qui a un amico fraterno di *, è avvenuto quasi uguale dieci anni fa in Messico, tredici anni fa in Oregon, e continua a succedere in molte parti del mondo, un mese sì e un mese no. A fare di un racconto una leggenda è l’eccessivo numero di testimoni oculari, “spalmati” nello spazio e nel tempo: certe storie si raccontano da più di cent’anni (con qualche variante, per adeguarle ai tempi e ai luoghi); e sempre come se fossero appena accadute. A queste attività Ciaravolo Claudio affianca un serie di interventi sui media, che contribuiscono a far conoscere a sempre più gente che esistono delle storie false che si raccontano come vere. Tutto questo non per fare in modo che la gente non creda più a niente: ma perché possa essere almeno sfiorata dal dubbio che una storia, nonostante abbia dei testimoni oculari affidabilissimi, potrebbe essere falsa. Le leggende metropolitane si diffonderanno sempre più, e subiranno grazie ad internet delle modifiche assai interessanti per chi, come Ciaravolo Claudio, le studia, le monitorizza e le cataloga da anni.

All’inizio il web, per la sua velocità, e per la capacità di connettere istantaneamente un numero enorme di persone, è insomma un acceleratore di leggende. Ma Ciaravolo Claudio è interessato – come sempre - al suo contrario: alla decelerazione, fino all’arresto (vedi: smentita) delle leggende. A questo scopo, avendo ben capito il rapporto che esiste tra il web e la diffusione delle leggende, utilizza proprio il web per promuovere un tipo di smentita che si rivelerà molto efficace: una smentita non più singola, mirata a una singola leggenda, ma di gruppo. Ciaravolo Claudio crea con questo obiettivo, i primi siti di leggende del mondo, in molte lingue, e in molti paesi; siti che, grazie al contributo dei fruitori, diventano sempre più grandi. Al loro interno lavorano molti ricercatori, che coordina personalmente. La parola d’ordine di questi siti è: SMENTIRE. La smentita si effettua raccogliendo migliaia di leggende, classificate per argomento e per paese di origine, mantenendo sempre aggiornata la banca dati, offrendo ai suoi iscritti un servizio interattivo di risposta personalizzata. Su questi siti utilizza la sua leggendaria (è il caso di dirlo) banca-dati: il “suo” Catalogo Generale delle leggende metropolitane. Questa banca dati, consultabile con un semplice click, diventa rapidamente il punto di riferimento per chi vuole sapere se un certo racconto è una leggenda o no. Ciaravolo Claudio continua così sul web a fare, sotto smentite spoglie, il suo lavoro di Legendbuster: un servizio dai risvolti sociali assai significativi, perché libera il campo da moltissime storie false che circolano per il mondo come vere.

E soprattutto perché ha creato nella testa della gente la casella: per meglio dire, il file “leggende metropolitane”, in mancanza del quale tante storie fasulle penetravano come il burro nella vita delle persone. Ciaravolo Claudio continua comunque a lavorare in prima persona sulle leggende anche attraverso i media tradizionali. In televisione, su RAIUNO, ad UnoMattina, ha una rubrica sulle leggende; alla radio (RADIOUNO) dal 2001 al 2007-2008 tiene invece in voce, prima del giornale Radio delle ore 7, la rubrica “Incredibile ma falso”, replicata anche in serata, nella quale passa in rassegna le leggende più in voga (e più insidiose) del momento. La trasmissione raggiungerà le duemila puntate. L’ascolto quotidiano da parte di milioni di persone gli permette di ricevere nella sua mail migliaia e migliaia di segnalazioni e di richieste che, insieme ai siti internet dedicati alle leggende, vanno ad integrare la sua banca-dati.Come autore vara lo stesso format anche in altri paesi, nei quali cura rubriche di leggende sui principali network. Successivamente la diffusione capillare del web e soprattutto la nascita dei social cambierà radicalmente l’idea di leggenda trasformandole in conosciutissime Fake News anche se dovrebbero essere più propriamente Fake Scoop . Notizie straordinarie e incredibili ma che solo dopo un po’ si scoprono infondate false. Alla fine degli anni novanta la maglietta circola stabilmente nei racconti della gente come icona della creatività partenopea, reificata in un oggetto d’arte. Ma è pronta per ritornare sulla strada. Nel 2000 Claudio Ciaravolo restituisce la sua maglietta all’immaginario per il quale è diventata popolare in tutto il mondo, pur non essendo mai stata impiegata in questa direzione: come espediente per ingannare il vigile. Lo fa per potervi associare un messaggio molto importante: “la cintura di sicurezza può salvarti la vita”. Il Ministero dei Lavori Pubblici vara una campagna nazionale per la sicurezza stradale, e sceglie come testimonial proprio lei: la maglietta di sicurezza, che in un’automobile non ci è salita mai, se non per qualche foto pubblicitaria. Lungo le strade delle città italiane, su grandi tabelloni, campeggiano tre magliette di sicurezza, di taglia diversa. Accompagnate da uno slogan: “SMALL, MEDIUM, LARGE. Con le misure di sicurezza non si scherza”.

Con quest’operazione, Ciaravolo Claudio “ricalca” la sua maglietta: ne riprende il senso che le era stato attribuito, e poi “guida” il pubblico (mai termine fu più adatto…) verso lo smantellamento dell’effetto-furbizia. E’ la maglietta stessa, attraverso lo slogan “Con le misure di sicurezza non si scherza”, nel quale la parola “misure” ha il doppio significato di norma, e di taglia, a dire che quando si guida c’è poco da scherzare. Il messaggio è: chi usa un trucco per non mettersi la cintura non è un dritto. E’ un imbecille, perché sta giocando con la propria pelle. Sui tabelloni stradali sono stati riprodotti otto quadri, di otto misure diverse, corrispondenti alle taglie comunemente esistenti (XXS, XS, S, M, L, XL, XXL, XXXL). Sul filo al quale sono appese le tre magliette di taglia differente c’è scritto, molto in piccolo, Ciaravolo-Pratesi. Non è, evidentemente, la sigla di un’agenzia pubblicitaria: Olympia Pratesi è l’architetto che ha realizzato i quadri, ed è la moglie di Ciaravolo Claudio: l’inventore della maglietta. E’ un po’ come se fosse stata affidata una campagna per un uso sociale dell’energia nucleare al suo scopritore: Enrico Fermi. Magari con un’affissione in cui, accanto alla rappresentazione dell’atomo, comparisse lo slogan: “Fermi…!”

TRENT’ANNI DOPO: la maglietta ai giorni nostri. Oggi, ad oltre vent’anni dalla sua invenzione, la maglietta di sicurezza ideata da Ciaravolo Claudio continua ad andare in giro per il mondo attraverso tutti i tipi di comunicazione esistenti: la comunicazione orizzontale (il passaparola) nel quale in certi casi mantiene ancora seppur molto in minoranza il significato che aveva alla sua prima diffusione (un sistema per fregare i vigili, con le sue varianti: l’hanno inventata degli anonimi napoletani, o l’ha inventata Ciaravolo Claudio, che le ha vendute e ha fatto molti soldi); la comunicazione verticale - quella scientifica, che considera la maglietta una pietra miliare nello studio della comunicazione, compresa quella quella virale; e la comunicazione diagonale, quella che si fa su (e con) internet. Sul web oggi la maglietta è descritta in tutti i suoi risvolti: come l’esperimento di comunicazione orizzontale che ha svelato i segreti delle leggende metropolitane e del marketing virale, consentendo la prevenzione dei danni che può comportare; come elemento ormai entrato nell’immaginario collettivo come simbolo della creatività napoletana, e della creatività tout-court; e come opera d’arte. Ideando la sua maglietta di sicurezza, Ciaravolo Claudio ha avuto tanti di quei vantaggi, che la gente non se li immagina nemmeno. Ci ha molto guadagnato non – come si potrebbe credere - vendendola. Ma proprio non vendendola. Né prima della smentita, né dopo. E nemmeno adesso, dopo trent’anni . Se si esclude il mercato dell’arte. Per dire una parola chiara e (magari…) definitiva sull’argomento: Ciaravolo Claudio non ha mai messo in vendita una maglietta su una bancarella, e non ha mai venduto royalties ad aziende di abbigliamento. E proprio da questa non-vendita è riuscito a trarre un profitto strabiliante.Però è vero che con la sua maglietta ha guadagnato moltissimo. Ma non per averla venduta: per non averla venduta.

E’ stato proprio il fatto di non venderla da nessuna parte, mentre la gente credeva che si vendesse dappertutto, a fare la fortuna di Ciaravolo Claudio. Proprio per non aver venduto la sua maglietta, ha potuto infatti vendere molto altro: 1-Ha venduto il filmato e le fotografie del bancariello sul quale aveva messo in scena una finta vendita di magliette, informando a più riprese i presenti che si trattava di una finzione. Il filmato lo aveva girato lui, quindi era l’unico che potesse averlo: e i media non potevano non comprarglielo. Perché era la documentazione di uno scoop che aveva visto gli stessi media cadere in prima linea, sotto il fuoco dello stereotipo sui napoletani, che notoriamente non fa prigionieri.

I giornali e le televisioni avevano creduto alla vendita stradale della maglietta, e le avevano dato grande risalto: quando Ciaravolo smentisce, non possono certo perdersi il contro-scoop. Un po’ per farsi perdonare il primo,che era fasullo: e un po’ per poterne fare un secondo. D’altra parte, è una scelta obbligata: tutti i media sanno che i concorrenti vi si butteranno a pesce.

2- Ha venduto la sua presenza nei talk-show radiofonici e televisivi, nei seminari e nei convegni di comunicazione: la popolarità acquisita grazie a un manufatto che tutti avevano considerato in vendita, e invece ,è importante ripeterlo, non si era mai venduto, gli assicurava cachet altissimi, dovunque andasse. Poteva infatti chiedere quello che voleva, essendo l’unico che potesse parlare della cosa, essendone stato l’ideatore, e l’esecutore.

3 - Ha venduto alle aziende la sua competenza come demolitore di leggende (Legenbuster). Per i grandi gruppi, danneggiati - e spesso portati sull’orlo del fallimento - da storie strane che circolavano contro i loro prodotti, era indispensabile liberarsene: e non gli pareva vero potersi finalmente rivolgere a qualcuno che fosse in grado di farlo.

4 -Ha venduto negli anni immediatamente successivi, sull’onda di una popolarità sempre maggiore, innescata dalla non-vendita della maglietta, degli altri filmati: Le false pietre del Muro di Berlino, la voglia di Gorbaciov, il sognifero e molti di quelli girati molto prima.

5 – Ha venduto nel 2000 al Ministero dei Lavori Pubblici una grande campagna per la sicurezza stradale centrata sulla promozione dell’uso delle cinture di sicurezza. Lo ha fatto sfruttando in maniera creativa (col linguaggio della pubblicità) la “leggendarietà” della maglietta.

6 – Ha venduto in molti paesi format radiofonici e televisivi imperniati sulle leggende, di cui era ormai uno dei maggiori studiosi mondiali, e ha pubblicato dei libri sullo stesso tema.

7 – Ha venduto banner pubblicitari sui siti di leggende che ha attivato già alla fine degli anni 90 sul web: i più importanti (e più visitati) sono stati o sono tuttora suoi. La maglietta come opera d’arte La maglietta è un oggetto virtuale polisemico, perché possiede diversi significati, e diversi livelli di fruizione. Sono in pochi a sapere che la maglietta di sicurezza è un “oggettoide” oggetto di un passaparola che ha svelato a Ciaravolo la psicodinamica delle leggende metropolitane, e il segreto del loro possibile smantellamento: in questo senso, la maglietta è una pietra miliare per quanto riguarda gli studi di comunicazione. Ma la maglietta è nello stesso tempo un’opera d’arte.

Con la smentita, e il clamore mediatico che l’ha accompagnata, C aveva detto a chiare lettere che la maglietta non era mai stata venduta. Né nell’evento di partenza (la fiction girata sul lungomare di Napoli): né sulle bancarelle napoletane. Ciaravolo Claudio aveva fatto notare che le sue magliette non erano state vendute né da lui, né da altri, e aveva spiegato perché quest’operazione di vendita su larga scala non conveniva a nessuno. Vendere le magliette non conveniva a lui: se le avesse messe in vendita sulle bancarelle, quelli che avevano raccontato di averle viste sarebbero stati dei veri testimoni oculari, e non falsi. E allora, addio leggenda. Vendere le magliette non conveniva ai negozi, perché i diritti appartenevano a Claudio; Vendere le magliette non conveniva ai falsari, che non avrebbero potuto esporle sulle loro bancarelle: i vigili avrebbero dato loro una caccia senza quartiere in ciascuno dei medesimi. Dopo il consolidamento della maglietta come leggenda, Ciaravolo Claudio avrebbe potuto certamente venderla come souvenir: ma decide di non farlo. La venderà come opera d’arte.

Trovare la maglietta in vendita nei negozi avrebbe creato confusione con la leggenda, il cui elemento centrale è appunto una vendita inesistente raccontata invece (e creduta) come una vendita travolgente e onnipresente. La vendita della maglietta nei luoghi tipici del commercio (negozi, bancarelle, ecc.) avrebbe insomma indebolito la leggenda. O nullificato l’operazione. La vendita della maglietta sul mercato dell’arte rafforza invece la leggenda: la pone definitivamente nel mondo delle idee, dell’arte concettuale, liberandola dalla “terrenità” del prodotti di consumo. La maglietta di sicurezza non è una maglietta da indossare: è un’opera da esporre.

E’ un’Idea, un concetto astratto. E’ così che nel gennaio del 1991, con l’aiuto del gallerista e mercante d’arte napoletano Lucio Amelio, Ciaravolo Claudio mette sul mercato dell’arte 100 magliette (50 per il guidatore, 50 per il passeggero: dunque diverse per l’orientamento della barra diagonale). Non sono magliette “false”, cioè prodotte dopo, a esperimento riuscito: sono le magliette autentiche, quelle realizzate per la non-vendita stradale che aveva dato lo start alla leggenda-maglietta. Magliette vere, dunque, che – pur non essendosi vendute per davvero, su quel bancariello davanti al golfo di Napoli - avevano generato la falsa notizia che a Napoli le magliette di sicurezza si vendessero veramente. L’intreccio vero/falso è (quasi) inestricabile, e per i collezionisti l’occasione è ghiotta. Oggi le 100 magliette di sicurezza, autenticate, numerate e firmate dall’autore, fanno parte di collezioni private, e sono esposte in alcuni importanti musei di arte contemporanea. Che la maglietta è un oggetto d’arte il grande pubblico viene a saperlo nel 1991: quando viene presentata a Milano alla rotonda della Besana, alla mostra “Veramente falso” allestita tra l’8 febbraio e il 31 marzo dalla Fondazione Cartier per l’arte contemporanea.

Da questo momento le viene dato molto risalto sulla stampa, e in televisione: la maglietta si conquista così una nuova popolarità, sotto un’angolazione diversa. Tutto questo fa ulteriormente levitare le quotazioni di quelle 100 magliette, e di conseguenza quelle delle altre opere d’arte di Ciaravolo Claudio.

Lo “spostamento semantico” della maglietta verso il mondo dell’arte (che all’inizio era solo uno dei suoi molti significati) risospinge nuovamente la maglietta di sicurezza nel territorio dello stereotipo sul napoletano: perchè Ciaravolo Claudio è artista, sì: ma è anche napoletano. Nei bancarielli ai quali aveva dato vita dall’81 in poi (referendum abrogativo della Juventus, targhe false, ecc.) Ciaravolo Claudio si era mostrato geniale, ma non imbroglione: era stata la gente a dire che si trattava di eventi reali, e non lui, che aveva affermato il contrario. Quando però si considera la maglietta un oggetto d’arte, i due elementi dello stereotipo (genialità e fregatura) tornano a confluire nella stesso individuo: Ciaravolo Claudio, per l’appunto. Ciò avviene perché per ancora troppe persone l’arte contemporanea è proprio questo: un accordo tra gli artisti, i galleristi, e i media. Definiscono “arte” dei prodotti che secondo loro non hanno nulla di artistico, e li impongono all’attenzione dei ricchi (e ingenui!) collezionisti. In questo caso, lo stereotipo dei napoletani geniali e (ma) truffaldini è nascosto più in profondità: “l’ imbroglio” dell’arte è più “alto”, più sofisticato, e non è terra terra. Ma sempre dello stesso stereotipo si tratta. Queste considerazioni spiegano forse perché la maglietta come opera d’arte, essendo congrua con il luogo comune, riesca a passare facilmente. E spiegano anche perché probabilmente la maglietta come evento di comunicazione faccia invece fatica ad essere compresa. La deriva artistica della maglietta ha dunque aiutato la gente a collocarla.

E a dare una collocazione anche a Ciaravolo . I ruoli di scienziato e di artista in Italia non vengono considerati compatibili: per la gente l’uomo di scienza è serioso, e un po’ noioso, mentre l’artista è ritenuto vivace e imprevedibile, spesso divertente. Un napoletano (siamo sempre all’interno dello stereotipo più bieco…) come scienziato non lo si vede: ma come artista sì, altrochè. I napoletani sono soprattutto questo: attori, cantanti, poeti. Dall’arte di arrangiarsi all’arte contemporanea il passo appare a molti assai breve.

La spiegazione “la maglietta di sicurezza è un oggetto d’arte” finisce per avere molto successo: tanto da diventare, paradossalmente , una piccola leggenda metropolitana (evidentemente, è questo il destino della maglietta…) C’è chi comincia a dire che un amico ha visto la maglietta in musei di arte contemporanea di moltissime città dove invece non c’è. O addirittura di averla vista personalmente. Rispuntano insomma fuori i vecchi, classici (e falsissimi) testimoni oculari: a conferma del fatto che una leggenda può benissimo partire da un evento reale. E’ vero, infatti, che le magliette di Ciaravolo si trovano effettivamente in alcuni importanti collezioni: ma non in tutti i posti in cui la gente sostiene di averle viste.

Nel giugno 2019 ciaravolo a 30 anni dalla nascita della maglietta ha festeggiato con una grande mostra a Parigi, in una delle più prestigiose gallerie, Piece Unique, con NO. Una mostra in cui tutte le opere esposte hanno un comune deNOminatore, presente nel titolo: il NO. NO è un monosillabo utilizzato da sempre per indicare comportamenti da evitare assolutamente, dalla Bibbia alla legge, dall’educazione alla formazione. Il no in questo caso è utilizzato per le istruzioni per essere felici. Tante quante sono le opere. Tutte affrontano con apparente leggerezza un tema, sempre più vitale, con uno stile inconfondibile fatto di citazioni alte e ironiche sempre divertenti e paradossali spesso facilmente comprensibili. In questa occasione Ciaravolo ha messo in vendita 30 magliette ( le dispari per chi guida e le pari per il passeggero) in un’edizione straordinaria che si aggiungono alle mitiche 100 del 1989.